La Lettera di Referenza

Qualche settimana fa ho ricevuto la lettera di referenza scritta da un mio professore. Il suo esame è stato uno dei corsi più difficili che io abbia seguito finora, dal primo momento. Aveva infatti detto che sarebbe stato un corso di economia adatto a chiunque, anche chi non aveva basi economiche, o come dicono in portoghese alle persone della strada. Io avevo ringraziato il cielo in quel momento, ma poi quando aveva iniziato a spiegare mi ero chiesta se la strada di cui parlasse non fosse Wall Street. All’ora di pranzo. Quando non ci sono altro che businessmen around.

Il suo è stato uno di quegli esami che avevo iniziato a studiare dal primo giorno (l’unico a voler essere sinceri). Ero tornata a casa e avevo passato cinque ore a capire quanto avesse spiegato e l’intera notte a cercare di capire il testo. Quando era arrivato il momento di fare una presentazione a gruppi, Federica, Valentina ed io eravamo forti di averci lavorato ininterrottamente per giorni — per non dire settimane. Ma invece, il feedback era stato not so good. Il paper? Altrettante ore di lavoro per ottenere un good. Sembrava che qualsiasi cosa facessimo non fosse mai abbastanza buona e, visto che i feedback degli altri non erano pubblici e potevamo solo confrontarci tra di noi. Sembrava che non fossimo all’altezza di quel corso. Al midterm, eravamo una più in ansia dell’altra. La mia migliore amica era venuta a trovarmi il weekend prima a Lisbona ed era impietosita a tal punto da avermi aiutato a studiare, sebbene, quando mi faceva le domande, io rispondessi in inglese, italiano e portoghese senza distinzioni. Quando Fede, Vale ed io siamo andate al colloquio col professore quel giorno stesso e ci ha chiesto come fosse andato l’esame, tutte noi siamo sbiancate. Forse porteremo a casa un 14 (circa 26 italiano) ci eravamo dette una volta fuori, a mo’ di contentino. Il peggio però doveva ancora venire, nella seconda parte del corso. Dove io capivo meno della prima. Ero talmente in difficoltà da pensare di ritirarmi. La sera prima dell’esame. Ma alla fine ero andata, forte delle notti in bianco di un intero semestre e della testardaggine che dice almeno tentalo, è un esame in meno se va bene. Lo dovevo a me stessa. Alle ore di sonno perse. Ai bidoni tirati quando sarei dovuta uscire ma quel corso incombeva su di me.

La settimana successiva sono andata al ricevimento, per vedere i risultati. 18 su 20, l’equivalente di un trenta italiano. E non solo nel final, ma come voto complessivo di tutto il corso. Dire che ero felice sarebbe un eufemismo. Ero al settimo cielo. Mai, nemmeno nella migliore delle ipotesi, avrei pensato di portare a casa un trenta in quel corso. E onestamente, tra tutti i 30 portati a casa in questi tre anni, di questo sono più fiera.

Quando mi ha consegnato la lettera, l’ho riletta due volte, incredula. Ha parlato davvero bene di me, ma non  perché era una lettera di referenza, ma perché ci credeva davvero. Non ha scritto una lettera smielata, quando gli sono stati chiesti i miei punti deboli, non è certo andato giù delicatamente, anzi, ma è stato onesto. Ha anche detto che potrei superarli, che mi ha visto essere molto determinata nelle difficoltà.

In allegato alla lettera, mi ha scritto una breve mail. Mi ha chiesto di aggiornarlo su cosa alla fine deciderò di fare dopo, su che carriera avessi voluto intraprendere. Mi ha fatto i complimenti per il libro. Mi ha detto che è stato un piacere scrivermi la lettera di referenza.

In cuor mio, posso dire davvero di aver odiato il suo corso. Ma odiato in senso buono, perché mi ha insegnato tanto. Mi ha insegnato che si tratta solo di metterci, impegno, davvero tanto. E che a volte, i giudizi apparentemente negativi in realtà sono fatti per motivare. Perché qualcuno vede qualcosa in te. Eppure, un domani, se mi chiedessero quale corso universitario consiglierei della Nova, rispondere il corso di questo professore. Senza alcun dubbio. Perché le cose belle, ma quelle belle davvero, sono quelle per cui devi farti un – scusate il francesismo – culo così, dove devi metterci sangue, sudore e lacrime, se non getti per terra il libro almeno 10 volte al giorno, dicendo di non capirci nulla, che gusto c’è?

E la vita ha voluto che alla fine, scegliessi proprio di iniziare da lì e orientare il mio futuro a partire da quel corso, che mi ha insegnato molto più di quanto mille libri potessero.

Have A Safe Journey!
Camilla

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