La differenza la fai tu

Seduta in aeroporto, mi ripeto per l’ennesima volta che questa non è la fine, ma solo l’inizio. Lo ripeto fino a quando non riesco a tranquillizzarmi, fino a quando non sorrido di nuovo, tra me e me. Sono passati quasi otto mesi da quando ho lasciato l’Italia, la mia amata e odiata Italia. Da quella fredda sera di gennaio, ne sono successe di cose. Ho riso, guardando con la mia famiglia Italo-Brasiliana uno dei piu bei tramonti dall’Algarve. Ho pianto, tra le braccia della mia migliore amica in un localino disperso di Lisbona. Ho corso così tante salite per scaricare la rabbia che nonostante siano mesi che non corro con regolarità, il fiato mi è rimasto. And everything in between. E oggi, a distanza di otto mesi di estero, posso dire che non rimpiango un solo giorno di questa scelta. Oggi però torno in Italia, per un tempo indeterminato. Sì, avete letto bene, indeterminato. Perché so dove voglio andare, ma ci sono almeno un milione di variabili che potrebbero cambiare le carte in tavola e quindi il mio ritorno in Italia è a tempo indeterminato, fino a quando tutti i tasselli non saranno al loro posto, qualunque esso sarà.

Oggi lascio il Canada. Metto un been there done that in parte al sogno numero 1 della mia bucket list, che oggi perde il suo primato a favore del prossimo grande obiettivo, che per scaramanzia non verrà rivelato. Oggi, la mia esperienza alla University of British Columbia, si conclude. Oggi dico arrivederci a Vancouver, con la consapevolezza che forse un giorno ci rivedremo. Oggi dico arrivederci alla città in cui ho sognato di vivere per anni, di visitare da ancor più tempo, all’università che era il mio sogno.

Mio padre mi ha cresciuto con queste cinque parole: “La differenza la fai tu”, tu e ancora tu. Mio padre non mi ha mandato in scuole private, ha sempre sostenuto che la scuola pubblica fosse ottima, che alla fine la testa ce la devi mettere tu. Non mi ha mai detto “devi prendere buoni voti”, ma ripeteva sempre “la differenza la fai tu”, come un mantra. Quando si è trattato di università, io volevo il nome che fa curriculum, mio padre voleva che ricevessi una buona educazione ad un prezzo sostenibile. Così ho detto addio al mio sogno di andare alla UBC. O forse gli ho detto ciao.

2 anni dopo  ho realizzato quel sogno, grazie alla mia università, un’università che in quanto a nome conta come il due di coppe a briscola, che può essere anche la numero 1 in Italia, ma quando la mettiamo nel mondo regge a stento le prime 200. Eppure, l’università che “ma chi vuoi che se la fili” mi ha mandato a Vancouver. “Perché la differenza la fai tu” ha detto, ancora una volta, papà. Perché oggi, a pochi esami dalla fine della triennale, non sono stata una studentessa solo di una università italiana, ma anche di una università ben posizionata a livello europeo, la Nova University of Lisbon e, in una delle migliori al mondo, University of British Columbia.

Mentre camminavo per andare all’ultima lezione, qualche giorno fa, è partita la canzone “Hall of Fame”. Era la canzone che ascoltavo per prima ogni mattina a Trento e ancor prima ogni mattina quando vivevo ancora da mio padre. Poi mettevo il casuale, ma quella la sentivo sempre. Instancabilmente. Perché mi ricordava che nella vita non voglio essere nella media. Oggi, riascoltando quella canzone, mi sono resa conto di quanta strada ho fatto, soprattutto negli ultimi 8 mesi di estero. Oggi la ragazza testarda che ascoltava “Hall of Fame”, mentre andava al liceo e qualche anno dopo pedalava in università, che sognava il mondo… oggi è una donna ed è, come dice sempre mio padre, “un problema del mondo”. Oggi so che importa avere il grande nome sul curriculum, chiaro, ma soprattutto importa che tu abbia le competenze e le conoscenze. Perché puoi avere gli strumenti migliori del mondo, ma se non hai la testa li sprechi.

Oggi grazie all’Università di Trento, che ha sostenuto il progetto, e alla mia famiglia, che ha creduto in me anche nei momenti peggiori, sono arrivata dove volevo arrivare: a fare la differenza in un’università dal grande nome. Pur con tutte le nottate passate sui libri perché ero l’unica non asiatica e non geniale, e di economia non ho mai capito una mazza. Pur con tutte le difficoltà di dover mettermi a studiare il mercato finanziario finanziario cinese, che in Europa non viene studiato così nel dettaglio, o nel dover presentare davanti a un pubblico un’analisi in profondità di livello accademico su un evento ancora caldo come la Rivoluzione del Velluto in Armenia.

Eppure, nonostante tutto, ho superato anche questa. E, quando ho chiesto al mio professore se fosse disposto a scrivermi una lettera di referenza, la risposta è stata Lo farei con piacere, Camilla.

Oggi ripenso a quella ragazza, che 25 mesi fa si è alzata dal colloquio di maturità con la consapevolezza di aver dimostrato alla commissione quanto valesse e con la consapevolezza ancor più importante che quello era solo l’inizio. Che non si sarebbe fermata fino a quando non avesse dimostrato al mondo quanto valesse. Oggi quella ragazza è cresciuta e ha dimostrato quanto vale a tre diverse università, nel mentre ha pubblicato un libro, mantenuto un blog, viaggiato per il mondo, chiamato casa tre diverse città, conosciuto persone da qualsiasi parte del pianeta, fallito almeno un milione di volte, eppure si è rialzata almeno un milione +1. Oggi quella ragazza è una donna. Non è ancora dove vuole arrivare, ma sa dove vuole arrivare. E sa che non importa se sei andato in un’università che non ha il nome — che ti è costata 16€ l’anno di tasse universitarie perché era in borsa di studio completa — perché alla fine la differenza l’ha fatta comunque. Ed è arrivata comunque dove voleva arrivare.

Oggi lascio Vancouver. Una lacrima riga la mia guancia sinistra, mentre ripenso a quanto ho sognato di essere qui. A quanto mi sia aggrappata a quel sogno negli anni, quando mi sentivo completamente persa. Oggi abbandono la città che mi ha fatto sentire a casa dal momento in cui sono arrivata e che ho amato ancor prima di visitare. Lascio questa città con la consapevolezza di tornare. La lascio con una visione chiara di dove voglio essere, in questo stesso giorno, tra un anno esatto. Stringo la mia nuova bucket list, scritta in questi giorni. Ripenso alla chiamata con mio padre, di qualche giorno fa, in cui gli ho detto i miei progetti per i prossimi mesi e, al nodo della questione, mi ha detto mi sono già messo all’opera, abbiamo due anni di tempo, giusto? Giusto, risposi io. Consapevole che, se non fosse stato per il suo supporto costante, in qualsiasi follia io abbia proposto negli scorsi (quasi) 21 anni, non sarei arrivata dove sono oggi.

Perché ci vuole coraggio, a 20 anni, a uscire dagli schemi e dire io nella vita voglio fare questo, con tutti i rischi che comporta. Ma credo ci voglia ancor più coraggio da parte di un padre nel dire io affido mia figlia al mondo, sperando questo ne abbia cura.

The adventure is over, time to go, on to the next one.

Have A Safe Journey!
Camilla

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2 Comments Add yours

  1. Brava Camilla! E good luck on the next adventure!

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  2. nevicancora says:

    Lasciare un luogo che si ama o in cui si è investito tanto è sempre un colpo al cuore. Buona fortuna con tutto!

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