Quello che avrei voluto sapere prima di andare a vivere all’estero

Vivere all’estero è emozionante, intenso, una sfida costante, nel bene e nel male. Ma come ho già sottolineato in un altro post, una cosa è sognare di vivere in giro per il mondo, un’altra è chiudere la valigia, andare in aeroporto con un biglietto di sola andata e trasferirsi sul serio. In questi oltre sei mesi di estero, ho collezionato qualche chicca di quello che avrei voluto sapere prima di partire… ve ne racconto qualcuna…

CUCINARE

Partiamo dalle basi: avrei voluto saper cucinare. Lo so, vi aspettavate qualcosa di più filosofico, ma quando arrivi in qualsiasi paese, tutti pensano che tu sappia cucinare, solo perché sei italiano. E va bene, la prima sera che organizzate una cena, te la cavi con pasta al pomodoro e basilico fresco, ma al secondo giro ti tocca chiamare nonna in videochiamata e chiedere come si fa… beh, qualsiasi cosa. E a parte questo lato, se in Italia io vivo di sushi, cibo indiano, orientale, asiatico e così via, all’estero manca il cibo italiano. Al punto che sei disposto a pagare le pasta tre volte tanto, impari a fare il pomodoro (ora so pure fare il ragù). Come dice mia nonna, impara l’arte e mettila da parte. Che se al prossimo giro finisco in Medio Oriente, è dura ricevere il pacco da giù (da su tecnicamente, ma rende meglio il classico).

IO E LA BUROCRAZIA NON SAREMMO MAI ANDATE D’ACCORDO

Cosa c’è di peggio della burocrazia italiana? La burocrazia dell’ambasciata italiana all’estero quando non sei iscritta all’AIRE. Camilla 0 – Ambasciata d’Italia a Lisbona 1.
Ma non solo questo, in Portogallo non scherzano nemmeno le banche (ho ricevuto il mio tesserino universitario a maggio — cioè, cosa me ne faccio adesso?), la Vodafone (avevo una SIM portoghese, ma non potevo ricaricarla online perché non avevo un conto portoghese — ma nemmeno usando PayPal), la segreteria dell’università per gli erasmus (sono stata registrata nel modo errato in ogni modo: Camilla è diventato Camila, Iannotta è diventato Ianotta, Iannota, Ianota, Lanotta, Lannotta ma mai Iannotta — tutto ciò, anche sul contratto di affitto di casa FYI).

NON SOLO NON CI SAREI STATA PER LE PERSONE A ME CARE, MA LORO NON CI SAREBBERO STATI PER ME.

Non lo dico per fare una colpa, né a me né a loro. Si tratta di una semplice cosa: la distanza, fisica, geografica, psicologica. A 2000 e passa chilometri di distanza, non si ottengono gli abbracci dalle persone a te davvero care. Si ottengono chiamate, qualche video chiamata, e qualche messaggio. Le persone che lasci indietro, lasciano a loro volta indietro te. Nel bene e nel male. Le cose cambiano, le persone cambiano e anche tu cambi. Mio padre mi disse, quando mi aiutò a lasciare casa a Trento, che non ero più la ragazza che aveva accompagnato 18 mesi prima. Che ero cambiata. E qui, dopo aver vissuto in una capitale europea e una capitale internazionale, dopo avere imparato una nuova lingua, aver conosciuto decine e decine di culture diverse, aver fatto esperienze incredibili e meno incredibili, non oso immaginare come sarà, un domani tornare in Italia. Quando te ne vai, lasci un vuoto e ti porti con te un vuoto. Quando torni, il vuoto cambia forma. Non tutto ritorna al suo posto. La vita non è un puzzle scientifico.

AVERE PERSO L’IDEA DI DOVE È CASA.

Cosa è casa? Dove è casa? Casa sono le persone o un luogo fisico? Dove è casa mia? A Bratto? A Lisbona? A Trento? A Vancouver? In tutti e tre e in nessun luogo. Sono appigli, scogli, rocce, punti di approdo dove so che avrò sempre un rifugio, anche solo nei ricordi. Ma ora è difficile dire da dove parti e dove torni, dove è casa e dove è fuori, qual è il volo di andata e quale è quello di ritorno.

IL COSTO

Ora vi racconto un aneddoto divertente. Quando ero piccola – e volevo vivere all’estero già allora – mio padre (che su queste cose la sa lunga) mi diceva Cami, vivere all’estero è caro ed io ingenuamente mi ritrovavo a rispondere Come è caro? E le persone che ci vivono? Guarda che non vivono mica tutti in Italia! Ecco, mio padre aveva ragione e il mio conto corrente sogna i giorni in cui il tetto sopra la mia testa era lo stesso di quello di papà, quando ero mangiata, lavata e stirata, come si suol dire. Costo della vita a Lisbona? Mediamente caro, case in particolare. Costo della vita a Vancouver? DECISAMENTE caro. E mi è stato detto più volte che gli stipendi non sono nemmeno così buoni, quindi, amici di Vancouver, siete formalmente invitati a venire a vivere in Italia, che credo vi costi di meno.

IL FUSO ORARIO

Sì, lo so, questo lo sapevo. Ma anche noi siamo tutti a conoscenza della teoria che il tempo è relativo eppure gli scienziati di Interstellar quando si sono rivisti dopo 20 anni che per loro erano 3 ore, sono rimasti sconvolti. E quindi posso esserlo anch’io. Quando mi sveglio a Vancouver, la mia famiglia sta cenando. Quando possono parlare, io sono a lezione. Quando loro si svegliano io sono fuori con amici. È dura tenere a mente il fuso orario, e soprattutto è dura quando hai voglia di sentire casa, che poi casa a volte sono gli amici, e da loro è notte fonda…

Credo ci siano almeno un altro milione di cose che avrei voluto sapere prima di vivere all’estero, ma per ora, la chiudo qui…

Have A Safe Journey!
Camilla

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2 Comments Add yours

  1. trentazero says:

    Il fuso orario in Australia mi rendeva triste, ci si doveva sentire a comando. Ti capisco!

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    1. Camilla says:

      Vero? Non sembra ma è così difficile incastrare una telefonata quando ci sono così tante ore di differenza e così tanti impegni!

      Liked by 1 person

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