• INSICUREZZA •

L’altra sera a casa con le mie coinquiline, una delle due ha detto ma perché ho solo amiche insicure? e poco dopo anche Camilla è insicura. Non ho reagito sul momento, non era un tema di cui volevo parlare, quantomeno non in quel contesto, ho chiuso la questione dicendo è vero, ma poi, come sempre, ho finito per pensarci fino a quando non mi usciva dalla testa.

Penso che tutti noi siamo frutto dei passi che facciamo e delle “valigie” che ci portiamo dietro, degli “scheletri” nei nostri armadi, delle persone che incontriamo e sopratutto di quelle che perdiamo o lasciamo andare.

Quello che mi sono ritrovata a rispondere quella sera è stato: dipende anche dal passato di una persona, non trovi? Perché in fondo, si tratta prima di tutto di quei famosi passi che abbiamo fatto, delle esperienze che abbiamo vissuto. Io ho fatto i miei passi, più o meno discutibili che possano essere, ho fatto i miei errori, le mie avventure, il mio percorso. Porto con me una “valigia” di emozioni provate, di cose imparate, di “scottature”, ferite, o come si voglia chiamarle. Alcune di queste sono abbastanza intuitive e ancora mi rendo conto che non sono del tutto cicatrizzate, altre invece, restano come piccole cicatrici. Di scheletri nell’armadio, questioni che non voglio affrontare, o quantomeno non tutti i giorni, ce ne sono, dio, quanti ce ne sono! Piano piano svuoterò questo armadio e forse si riempirà di nuovo, forse no, ma non tocca a nessuno fuorché al diretto interessato, e nel mio caso a me, decidere quando, come e soprattutto con chi aprire questo maledetto armadio. Il che ci porta alle persone…

Vi farò un esempio pratico, al riguardo. Sonia (nome di fantasia, pardon!) è entrata nella mia vita diversi anni fa e io penso, anzi, sono convinta che sia successo tutto al momento sbagliato, non per lei, o forse anche per lei, ma soprattutto per me. Perché io in quel momento ero occupata a stipare ogni singola cosa della mia valigia nell’armadio degli scheletri, io non volevo sentire, non volevo provare emozioni, pensavo che non mi sarei più risollevata. Io la luce in fondo al tunnel non la vedevo. E invece lei mi chiedeva di sentire, di aprirmi e di condividere con lei quello che sentivo. Ed io di tutta risposta, mi chiudevo ancor di più, stipavo ogni cosa in quel maledetto armadio, fino a quando scoppiavo. C’era una sola persona di cui mi fidavo per esserci quando l’armadio scoppiava. C’era una sola persona in grado di raccogliere i pezzi di me e dirmi okay, va bene, lasciati andare. E non era Sonia. E non lo è tuttora. E forse non lo sarà mai.

Quello che voglio dire è che ci sono persone con cui col tempo impariamo ad aprirci. Per poco, come avvenne quella sera in cui parlai per la prima volta dalla morte di mia madre, in Inghilterra, a colei che poco prima era poco più di una perfetta sconosciuta; oppure per molto, come avviene con le persone su cui contiamo, quelle che io chiamo amorevolmente come le mie rocce, le mie ancore, i miei fari. Ma sopratutto penso che sia per le persone che se ne vanno che cambiamo di più e che siano quelle da cui impariamo di più. Le persone che vanno ci lasciano qualcosa oltre ai ricordi e, a seconda di come sia stata la faccenda, di norma una cicatrice, una ferita o quantomeno un piccolo scheletro da mettere nell’armadio.

Quindi sì, io sono ancora terribilmente insicura. Dalle piccole cose: dal fatto che non sappia mai cosa mettere e che provo come minimo 4 magliette e/o pantaloni diversi ogni mattina alla ricerca di quelli che mi facciano sentire meglio. Dal fatto che quando vado nel pallone blatero. E blatero almeno una decina di volte al giorno. Dal fatto che evito costantemente di parlare di certe cose. Dal fatto che le persone che sanno cosa mi succede dentro, le conto sulle dita di una mano. Da mille cose. Da quello che dico e sopratutto da quello che non dico. Dalle conferme che cerco e da quelle che cercherò.

Ma va bene così. Penso e credo che chi vuole restare, chi è disposto a lottare per noi, accetterà anche questo. Accetterà che noi non siamo un libro aperto, siamo un libro che va letto, col tempo,  capitolo dopo capitolo, riga dopo riga. Siamo da decifrare, da scoprire ed è normale camminare un po’ instabili dopo qualche ferita, giusto? Ma essere consapevoli della propria insicurezza è anche sinonimo di forza, o quanto meno di consapevolezza dei propri limiti, di consapevolezza di chi sono i punti forti, quelli che sono pochi ma buoni.

Per chiudere il mio flusso di coscienza del giovedì, penso che quando si tratta della sfera emozionale, non esista la distinzione netta sicuro insicuro, ma piuttosto un mix, dato dal momento, dalle persone, dalle piccole cose…

Have A Safe Journey!
Camilla

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