Quelli che vanno

Quando ero piccola, la domenica sera si cenava sempre presto. Entro le sette e trenta, per la precisione. Il motivo? A cena c’erano sempre amici di famiglia che dovevano rientrare, a Bergamo, a Milano o chissà dove, e dicevano sempre di voler partire presto, ma cedevano all’offerta di mangiare un boccone in compagnia.

Ricordo delle sere in cui a cena c’erano Raffaele e Roberta con Federica, di quelle in cui c’erano Romolo e Barbara con Ginevra ed Edoardo, di quelle in cui i miei zii vivevano ancora a Bergamo con le mie cugine. Ricordo che a un certo punto, uno di loro diceva sempre: facciamo quelli che vanno? Perché avevano parecchia strada da fare, prima di arrivare.

Ed io, per anni ho fatto quella che resta. E non mi è mai piaciuto fino in fondo. Così, quando ieri sera sono dovuta partire per Trento e mi sono ritrovata a dire alla family se potevamo cenare prima, che avevo oltre 200km da fare, io finalmente mi sono sentita quella che va.

Ho salutato tutti, sono salita in macchina, con la macchina incredibilmente carica, come chi torna a casa dopo un’estate a zonzo, ho guidato fino a Seriate, preso l’autostrada e raggiunto Verona Sud, poi ho imboccato il Brennero e guidato fino alla mia amata Trento.

Le autostrade così vuote, con i colori del crepuscolo che si mischiavano ai fari delle auto, mi ha dato un senso di pace e libertà ben diverso dalle madonne solite che tiro sul Brennero (ma i furgoncini sulla corsia di sorpasso? Vogliamo parlarne?) e allora ho capito come mai, quando eravamo noi quelli che vanno, o meglio, quando mamma, papà ed io andavamo in vacanza in macchina, papà sceglieva sempre di partire la sera tardi. Non che la cosa mi dispiacesse, perché io amavo (e amo tuttora) dormire in macchina, ma dormendo non sapevo cosa mi perdevo.

E quando ho raggiunto Trento, per la prima volta senza bisogno di fermarmi a metà strada qualche minuto, mi è quasi dispiaciuto, di non essere andata ancora un po’. Ci avevo quasi preso gusto.

Have A Safe Journey!
Camilla

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