Sofia: 2 prospettive

Com’è strana la vita, lo so, viene detto e viene ripetuto in tutte le salse, ma la verità è che le coincidenze non smettono mai di stupirmi. Vi faccio un esempio, la settimana scorsa, prima di partire per sofia avevo scritto a Silvia, una food and travel blogger che ho iniziato a seguire da poco, proponendole una collaborazione: scrivere di una stessa città dalle nostre due prospettive. C’eravamo sentite con diversi ritardi da entrambe le parti, motivando che erano giorni pieni e tutto il resto. Dopotutto, non eravamo abbastanza in confidenza, che sapevo di questa donna in fin dei conti?

Sta di fatto, che entrambe concordiamo di scrivere di una città e ci sono diverse proposte in tavola. Io continuo con i miei post e pubblico, con debito ritardo, il #SofiaDay1. Silvia mi scrive dicendomi che anche lei era a Sofia in quegli stessi giorni e che probabilmente ci eravamo anche incrociate per strada (ammettiamolo, Sofia non è proprio una città enorme!). E io tra me e me ho pensato: la vita non smette mai di stupirmi.

Così, anziché finire i foto diaries (che tanto vi dico poco più di quello che trovereste su WikiVoyage!) eccoci a scrivere di Sofia, la capitale della Bulgaria, da due prospettive, due punti di vista, due paia di occhi e due visioni del mondo diverse…

Silvia – The Food Traveler

Sono passati pochi giorni dal mio primo viaggio a Sofia: un soggiorno breve, che non mi ha impedito di conoscere e apprezzare la capitale della Bulgaria.

Nonostante le nuove rotte dall’Italia e dal resto dell’Europa, Sofia non è ancora una città da turismo di massa. O almeno, per il momento non è stata presa d’assalto da orde di vacanzieri. Questo aspetto ha alcuni lati negativi, come la difficoltà di comunicare con la gente del posto: per esempio, né gli autisti dei taxi parlavano inglese, né l’addetta alla biglietteria di un museo che abbiamo visitato. Ma ce la siamo cavata in qualche modo, con una sorta di miscuglio a base di russo, bulgaro, inglese e segni.

Al di là delle difficoltà linguistiche, ci sono sicuramente dei vantaggi. Innanzitutto quello di non incontrare orde di giapponesi che si riversano dagli autobus travolgendo cose e persone sul loro cammino, pronti a scattare furiosamente con le loro macchine fotografiche. Così, alle dieci del mattino siamo entrati alla cattedrale di Aleksandr Nevskij senza fare coda, riuscendo addirittura a fotografare l’edificio bianco con le cupole dorate senza persone nell’inquadratura. Cosa che in nessun’altra capitale era mai successo.

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Allo stesso modo tra i banchi dello Zhenski Pazar, il mercato delle donne, è raro sentir parlare una lingua diversa dal bulgaro. Si tratta di un mercato molto spartano, che deve il suo nome al fatto che un tempo non troppo lontano fosse gestito e frequentato essenzialmente da donne e ragazze. Oggi tra questo insieme di bancarelle che vendono un po’ di tutto dalla frutta alla verdura, dal pane al formaggio alla carne, spuntano qua e là dei chioschi molto essenziali di vetro e lamiera. All’interno c’è lo spazio sufficiente per una persona e una griglia per cuocere le kyufte, delle polpette di carne molto speziate servite con pane e patate.

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Il fatto di non essere – per il momento – una città da turismo mainstream non ha purtroppo impedito alle grandi catene internazionali come McDonald’s e Starbucks di superare la cortina di ferro. Perché non va dimenticato che la Bulgaria fece parte del blocco sovietico fino alla fine degli anni Ottanta, e forse questo ha rallentato un po’ la marcia delle multinazionali. Il risultato è che tra le vie di Sofia, dietro ai portoni dei palazzi trasandati e decadenti, si nascondono tanti piccoli ristoranti. Qui si può provare la cucina bulgara, fatta di prodotti stagionali, di formaggi provenienti dai Balcani, di verdure coltivate nelle campagne circostanti. Tra i tavoli non si incontrano visitatori chiassosi e, egoisticamente parlando, non mi dispiace affatto.

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Camilla – Have A Safe Journey

Quando mi chiedevano quale era la città più a est in cui sia stata, fino ad agosto, rispondevo Praga e poi Budapest. Già queste due città, mi sembravano anni luce diverse dalle città “europee” a cui ero abituata. Avevano ancora quel fascino di una storia, di un passato, di una cultura diversa, che mi intrigava, ma mi lasciava anche diversi interrogativi. Quando si è trattato di andare a Sofia, con l’occasione di una simulazione diplomatica, non ci ho pensato due volte: era un’altra città da vedere, una bandierina sulla mappa del mondo appesa in camera mia. Come faccio sempre, ho comprato la guida della Lonely Planet e mi sono messa a studiare il mio itinerario.

Le cose sono andate diversamente dal previsto. Ammetto che i primi giorni non siano stati facili, più che altro a causa della sistemazione (eravamo in ostello! ma non c’erano storie, era organizzato così per tutti i partecipanti), ma poi Sofia ha iniziato a diventare più familiare. Le vie che mi dannavo per cercare di leggere il nome, hanno preso una forma (di certo il nome in cirillico ancora non lo leggo), i posti hanno preso fascino. La basilica di Alexandr Nevsky è un gioiellino, così come la chiesa di Sveta Nedelya, così come il parco in fondo a Vitosha…

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Vorrei dire che a Sofia ho lasciato un pezzo del mio cuore, come faccio il novanta percento delle volte che viaggio, ma non è così. A Sofia io onestamente penso non tornerei. Forse per le persone, ma la maggior parte di coloro che ho conosciuto vengono da altre città… Birmingham, Praga, Varsavia e un’altra città in Bulgaria… La città non mi ha trasmesso un senso di sicurezza, io non sono uscita a correre da sola, cosa che da anni faccio in qualsiasi città vada, perché per me è fondamentale.

Però voglio scrivere di questa città con il rispetto che si merita, non con le critiche, così vi racconto di quella sera in cui, entrando in una parallela di Vitosha, Nick, JJ, Agniezska, Rondene, Tim ed io siamo stati catapultati a Fes, o a Marrakesh, o in un bivacco (di lusso!) nel deserto del Sahara. No, non abbiamo trovato il teletrasporto, si tratta di Annette, un ristorante marocchino, nel cuore di Sofia, raccomandato anche dalla Lonely Planet. Quando siamo entrati, una giovane donna, vestita in abito tradizionale color corallo, ci ha accompagnati nel giardino sul retro, molto hygge con tanto di lucine, alberi, sedie in legno bianco. Abbiamo provato le falafel, l’hummus, il cous cous con verdure e pollo, i Moroccan cigars. Abbiamo chiacchierato, per ore, senza che nessuno prendesse mai in mano il telefono, avremmo potuto andare avanti così per giorni, se non fosse stato per le partenze. Il cibo? Delizioso. La compagnia? Ancor meglio. E allora, okay, lo ammetto, per una cena da Annette, con le persone giuste, a Sofia tornerei…

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4 Comments Add yours

  1. Grazie Camilla per la possibilità di raccontare il mio punto di vista su Sofia, e complimenti per la bella idea di mettere a confronto le due prospettive. Forse è un po’ come incontrarsi dopo aver visto lo stesso posto e trovarsi a parlare delle cose che sono piaciute di più e di meno: una bella chiacchierata virtuale! Dai, non ci siamo incontrate a Sofia ma magari capiterà da qualche altra parte 😉
    Buon weekend!

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    1. Camilla says:

      Grazie a te, è stato un piacere poter mettere a confronto le nostre esperienze. Alla prossima!
      Camilla

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    1. Camilla says:

      Grazie per il repost!

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