Corri fino al Vareno!

Se mi avessero detto, non un mese fa, ma anche solo ieri, che oggi sarei riuscita a correre fino al Vareno, probabilmente avrei riso e poi vi avrei detto: “ma per chi mi hai preso? Io non riesco a correre fino al Vareno“.

Il Colle Vareno è una montagna a una manciata di chilometri dalla casa di famiglia, d’inverno si scia, d’estate qualche temerario va a camminarci, ma di norma resta una infinita distesa di erba verde. Per raggiungerlo, si passa dalla famigerata strada di Pora, una strada asfaltata di circa 6km (poi dipende da dove si prende) con una media di dislivello di 100m/km. Un piccolo inferno, mai come quegli eroi (o forse folli), che corrono ultratrails e maratone in salita (la maratona dello Stelvio dice nulla?), ma comunque un piccolo calvario.

Quindi, quando qualche giorno fa Christian mi ha suggerito di correre in salita per rinforzare femorali, glutei e alla fine di tutto smetterla di avere male al ginocchio quando corro, la strada di Pora mi era venuta in mente, ma poi avevo anche fatto in modo di dimenticarmene. Fino ad oggi.

Stavo studiando per un esame, con la testa talmente fusa e talmente satura di informazioni che nemmeno il caffè era riuscito a rendermi produttiva. Così mi sono cambiata, ho allacciato le scarpe e sono uscita. Con l’intenzione di andare sulla strada di Pora, perché almeno a suon di fiatone avrei scaricato la tensione. I primi 100m vanno bene ed io penso tra me e me forse non è così male, chissà perché la temevo tanto. Fino a quando non faccio il primo tornante e guardando la salita che si inclina sempre di più mi ricordo subito perché la temevo così tanto.

La verità è che è diverso dal collinare sul tapis roulant, quando hai un minuto per riprenderti di tanto in tanto, qui no. Aumentava la quota, aumentava la salita e nel frattempo aveva pure iniziato a piovere. In prossimità del terzo chilometro, sento arrivare alle mie spalle una macchina, che si avvicina piano piano. Io vado nel pallone, pensando che sono da sola, su una strada poco trafficata, col diluvio e chissà chi sia. Ecco, era mio padre, che verificava che stessi ancora correndo. Vedo che non demordi, mi dice. E prima che io possa replicare in qualsiasi modo, mi supera e prosegue sulla strada. Penso che a breve tornerà indietro, ma niente da fare: si sarà fermato in cima.

Continuo a correre, anche se il mio passo rasenta quello di una camminata veloce, ma con questa salita va bene tutto, sul serio, non mi formalizzo. Decido di mettere sul Garmin la schermata battito e concentrarmi  solo a tenerlo sotto ai 160bpm, il resto ci penseremo. Arrivo al famigerato colle Vareno, che si mostra in tutta la sua gloria di 11 gradi (il primo luglio per l’amor del cielo) che a me onestamente sembravano due gradi, visto che ero partita in top e shorts (e chi mi conosce sa che odio correre in shorts, ma ho pensato che per una breve distanza avrei anche potuto farlo) e pioggia a goccioloni, altro che la rigenerante pioggerellina estiva. Ehi, ma ce l’ho fatta, HO CORSO FINO AL VARENO! Penso, non riesco a urlarlo al momento.

Mio padre, piazzato in macchina, abbassa il finestrino solo per chiedermi a quanti chilometri sono. Gli rispondo 4.25 e lui mi fa segno di pedalare. Dopo 200m mi supera di nuovo. Io sto morendo di freddo, ho male ai polpacci e non ne posso davvero più. Ho sonno, sete e vorrei una tisana calda davanti al camino sotto a una coperta. Ah, e dei biscotti (sì, la dieta procede bene per inciso). Corro. 750 metri sono meno di due laps di Mile End, è come correre da casa in fondo al paese. È come la volta in cui, prima della Mezza di Londra, dovevo fare 15km e non avevo voglia ed ero uscita alle 10 e mezza di sera, percorrendo i 750 metri di via venti volte. Erano solo 750 metri. Arrivo trionfante al bacino idrico, dove papà era ancora fisso lì.

Come mai sei venuto? – gli domando. Non che non mi faccia piacere, sia chiaro, ma di norma fa da pacer sui lunghi quando sono a casa, non sui 5km. Supporto, nel dubbio sono venuto a vedere che non mollassi.

Ottimo, perché tra 12 settimane ci sarà una corsa ben peggiore ad attendere me e la mia compagna di corsa, Martina. E anche perché così mi porta a casa lui, perché in discesa è meglio non correre. Arrivo a casa fradicia, infreddolita e decisamente cotta. Bagno caldo e mi svacco sul letto, davanti all’armadio, pensando che a breve dovrò prepararmi, uscire e recuperare un minimo di energie. Ed ecco, io corro per questa sensazione, di stanchezza positiva, di stanchezza di cui vai fiera, perché di fatica ne hai fatta ma ne è valsa la pena (oggi dico così, domani quando sarò moribonda ne riparleremo). E allora ogni tanto quella corsa proprio buona arriva.

Ad ogni modo – allenamento per la maratona: ufficialmente in auge!

Have A Safe Journey!
Camilla

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