Show Me That Healthy Glow: Sarnico Lovere Edition (Honest Talk)(ITA)

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Dunque, sarò estremamente sincera (non vi risparmierò dettagli!) quindi se siete facilmente impressionabili fermatevi a questa frase: tutto ciò che poteva andare storto è andato storto, la l’ho chiusa.

In partenza!

Chi dice che la corsa sia uno sport individuale, sbaglia di grosso. Ieri mattina ero un fascio di nervi e se non ci fosse stata Beatrice a tranquillizzarmi sarebbe stato un disastro. (Shoutout to Bea, che si è svegliata alle 5:45 con me). Poi c’è stato papà, che mi ha dato un passaggio fino alla zona di partenza. Dopo due minuti che ero lì, sono andata in bagno, con tanto di dissenteria (forse per la tensione) e nausea. Poi però incontro gli amici di RunLovers Club e la tensione sembra diminuire. Per le 9:30 ci dirigiamo alla linea di partenza ed io, abbastanza calma faccio partire la playlist, mi rilasso e faccio ancora un po’ di stretching. Sono serena, il sole splende e inizia a scaldare, ma è piacevole vista l’arietta. Il lago d’Iseo è magnifico a quest’ora e in primavera ed io ho la voglia di correre questa gara.

1-5 Prima frazione

C’è lo sparo e si parte. La tecnica è semplice: si tratta di cinque pezzi da 5km, più lo scatto finale per l’arrivo. I primi cinque vanno bene, anzi, le gambe sembrano voler tirare più di quanto avessi in mente e mi tocca usare la testa per non “strafare”. Trovo un runner col mio passo e mi metto dietro di lui, con calma continuo.

6-10 Metti in conto il peggio

Siamo onesti. Quando si tratta di prendere il pettorale per una gara, si sa benissimo che le cose possono andare bene e possono anche andare male. Non sappiamo in anteprima se quel giorno le gambe gireranno, se avremo la testa pronta per correre, se questo o quello ci farà male. Io avevo messo in conto alcune cose per questa gara. Avevo messo in conto il male al ginocchio dal 15esimo chilometro (anche se speravo non si presentasse prima del 17esimo), avevo messo in conto che sarei stata da sola e che non tutto sarebbe andato rose e fiori. Ma non avevo messo in conto che sarebbe accaduto il peggio del peggio. Dal 5° km il ginocchio ha iniziato a farmi male. Testarda ho continuato a correre, sulle punte, come avevamo provato in palestra e in allenamento, fino a quando non fosse diminuito. Ma era un continuo di saliscendi e il dolore non passava. All’ottavo km ho iniziato a sentire male all’arco plantare destro. Mai successo prima. Okay, Camilla, mantieni la calma, mi sono detta. Ma il dolore non passa ed io inizio a preoccuparmi. Prendo il primo gel al decimo km (grande cavolata: io non sono abituata a usare i gel, quindi mi ha spaccato lo stomaco).

11-15 Al peggio non c’è MAI fine

Continuo a strascicare sulle strade tra Sarnico e Lovere, in ansia e anche preoccupata di tutti i km che ancora mancano. Decido di camminarne almeno uno e al diavolo i tempi per un istante. Ci sono due runners, Anna e Pamela, che stanno camminando al mio stesso passo, le raggiungo e mi unisco a loro. Una di loro mi propone di prendere un Aulin contro la fascite ed io, talmente dolorante accetto. Ecco, già avevo lo stomaco distrutto dal gel, la fascite e il mal di ginocchio. Con l’aulin si è aggiunta ancor più nausea e alla fine ho vomitato. Continuo, testardamente continuo, per inerzia, per follia.

16-20 Le gambe non girano. La testa dice basta. Il cuore dice continua.

Al sedicesimo chilometro ho davvero pensato di mollare. Non ne ero in grado. Non sarei riuscita a portarla a termine. Tiro fuori il telefono per cambiare canzone e per sbaglio tolgo la modalità aereo. In quel momento mi chiama papà. Dove sei? Io, Betty, Bea e la nonna siamo all’arrivoNon ce la faccio, ammetto. Non ne sono in grado. Subito papà vuole sapere come sto, cosa ho, perché sa che non lo direi se non fossi davvero ma davvero messa male. Ti mancano nove km, Camilla, non puoi mollare adesso. Strascico, di nuovo. Corro, cammino, striscio. Ho male ovunque, non mi sono mai sentita così durante una corsa. Ha dell’assurdo. Non c’è una sola valida ragione per continuare, se non la testardaggine di tagliare quella maledetta finish line. Costi quel che costi. Il mio corpo ha detto basta al 16esimo km, la mia testa ha detto basta al 18esimo, ma a quel punto si corre di cuore.

21-25 Hai detto crampi?

Al peggio come avete letto prima non c’è mai fine e la verità è che ogni chilometro era peggiore del precedente. Al 21esimo km, sono CADUTA, letteralmente CADUTA, per un crampo al polpaccio. Fiammetta, una runner conosciuta sul momento, si è fermata e mi ha aiutato a scioglierlo. E niente, nonostante tutta la buona volontà, correre è stato pressoché impossibile. Io ci provavo, facevo del mio meglio, ma sono caduta 3 volte per i crampi. Assurdo. Letteralmente assurdo. Non importava quanto li tirassi, quanto rallentassi, partivano uno dopo l’altro.

Ero convinta di non finire nel tempo. Già ero in ritardo sul tempo che mi ero data, ma non finire nel tempo mi avrebbe fatto incavolare sul serio. Avevo dieci minuti e quasi 2km da fare. A costo di piangere, io l’avrei chiusa nel tempo. Ho racimolato le mie forze, e sono ripartita. Caparbia, testarda, folle. Ma determinata a chiuderla. Ho corso l’ultima salita con le lacrime agli occhi (grazie occhiali da sole). Distrutta, emotivamente, fisicamente, psicologicamente.

I 250m più lunghi della mia vita

Girata la curva, si vede il traguardo. Ci sono tutti, Bea, nonna, Betty e poco più avanti anche papà, che corre 100m con me fino all’ingresso sul tappeto. Corro. Leggera, per la prima volta dopo 26km d’inferno. Corro. Corro e mi ricordo perché mi piace correre. Taglio quel traguardo, nel tempo. Per un soffio, ma nel tempo. Esulto, e poi cerco qualcuno che mi sciolga i crampi. Così, sdraiata sul prato, a cercare di riprendere la sensibilità dei miei polpacci, mi rendo conto di quanto sia stata incredibile l’esperienza. Catartica, sotto certi versi. Destruens, ma anche construens. Assurda, bastarda, una performance penosa, ma anche incredibile perché nonostante tutto l’ho chiusa.

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A cena, con Jessica, la mia personal trainer di Bergamo, carissima amica e sorella maggiore, e Bea (the Hau to my Mana), quando racconto loro la settimana che ha preceduto la gara, Jessica mi dice che è stato fantastico il solo fatto che io l’abbia portata a termine ed io non posso che darle ragione. Avrò fatto mille errori in questa gara, ma ero distrutta già in partenza. L’ho chiusa e questo è l’importante. Se Londra non mi era finita di piacere, questa non mi è piaciuta per niente come esperienza. Ma ora ricordo come mai ho scelto una gara vicino a casa: per poter andare in Spa al pomeriggio!

Oggi, a mente lucida, posso dire che non ho mai fatto una corsa peggiore, ma che sono davvero ma davvero felice di averla portata a termine. Nonostante tutto. È stata la medaglia più sudata che abbia preso finora, ma ne è valsa la pena. Ora riposo, faccio stretching, acqua e un po’ di bici. Mi bombardo di arnica, artiglio e bambù e via… ON TO THE NEXT ONE!

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Have A Safe Journey!
Camilla

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