Let’s Talk About: How I started to RUN

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*English version below*

Luglio, 2008. Fa caldo fuori. È una splendida giornata d’estate e le montagne sembrano avere un richiamo su chiunque in zona. Non su di me, a me non piace camminare, a me non piace fare sport. La Camilla di qualche anno fa, otto per l’esattezza (ragazzi, se sto diventando vecchia!) è diversa dalla Camilla di oggi. Impacciata, scoordinata come sempre, ma qualsiasi tipo di sport è un peso.

Mamma me lo sottolinea, mi sottolinea che vuole che vada a pallavolo, ma io detesto la pallavolo. Interviene papà, che mi propone di andare a correre. Ieri ho fatto un lungo, mi dice. Oggi devo fare scarico, pochi chilometri, con calma… ti va? E io accetto, anche se non ho idea di cosa significhino per lui pochi chilometri, e con calma. Con la presunzione che l’età ha sempre la meglio, penso che papà sia vecchio e quindi io potrei batterlo, giusto?

Ci prepariamo. Io indosso un paio di leggings verde petrolio, li ho ancora (e stranamente mi entrano pure), e una t-shirt in cotone, tipico abbigliamento da runner first timer. Le mie scarpe da corsa sono un vecchio paio di Nike (già allora ero addicted), ma tutto fuorché tecniche: erano di quelle con le molle fucsia, che ti spacciano per correre in città, ma siamo onesti: chi le usa?

Comunque, usciamo da casa e il caldo è davvero intollerabile. Papà stabilisce un’andatura facile, e a me viene da ridere perché penso che è facile correre a quel passo, di solito sono tutti più veloci. Mi sbagliavo. Papà mi porta sulla strada per andare a Dernez e poi verso Rusio. Mantengo il passo un po’ affaticata, boccheggiando ma continuando a mettere un piede davanti all’altro. Arriva finalmente una discesa, la mia prima discesa di trail running ed io sono subito contenta, perché discesa vuol dire no fatica, giusto?

Non proprio, perché io so andare in discesa su sterrato, ma a correre sono abbastanza instabile. Così, papà mi suggerisce di camminare e lui rallenta.

Ma tu per quanto corri di solito?, mi trovo a domandargli. Il fatto che corra più di quel tratto, che saranno stati sì e no tre chilometri, lo fece sembrare un supereroe ai miei occhi.

Dipende, rispondeIeri ho fatto un lungo di 30km.

Ah, 30 km? Quindi tutta sta fatica per 10 volte? Che bella cosa, mi viene da pensare. Andiamo avanti per un altro chilometro, raggiungiamo Rusio, io mi fermo a bere alla fontanella e poi rientriamo verso casa. Poi di colpo me ne accorgo. La discesa, quella di prima, ripida, brutta, sterrata. Ecco, sarebbe stata una salita.

Corri finché riesci, cammina se devi, ma non mollare mai, mi dice, modificando un po’ quella famosa citazione di Dean Karnazes Corri se puoi, cammina se devi, striscia se serve, ma non mollare mai. Io ci provo. La solita testardaggine e la voglia di mettersi in gioco, più l’ambizione di batterlo, ma niente da fare, la salita ha la meglio su di me.

Arriviamo in cima e c’è un tavolino da picnic, che mi ero sempre chiesa a cosa servisse, lì, giusto prima di una discesa. Ci sediamo, io coi piedi a penzoloni nel vuoto, papà ferma il Garmin. Hai fatto i tuoi primi cinque chilometri, sorride.

Davvero?, esclamo. Sono tanti? Sono pochi? Siamo andati veloci? Quanti chilometri sono la maratona di New York che vuole fare? Ma lui corre davvero per piacere? Sono tante le domande che mi affollano la testa e non è il momento di trovare risposta.

Ora, lo so che sei stanca, però ti sei sfogata, giusto? dice, più o meno (sto invecchiando e la memoria inizia a scarseggiare). Sta di fatto che da allora, quell’estate, una bambina undicenne caparbia e un futuro maratoneta uscirono più volte a correre. Verso Rusio, la volta successiva a Castello Orsetto, poi a Predusolo e ovunque la montagna portasse. Mi ricordo che fare 5km in quaranta minuti (sì, 40) con parecchia salita sembrava un traguardone. Mi ricordo che ogni corsa sembrava un traguardo, ogni volta che riuscivo a correre per più di 20 minuti, perché poi, Camilla, diventa tutto più facile.

I giorni passano ed io continuo a muovere i miei primi passetti di corsa. Papà mi mi sfida a tornare a casa da Predusolo con tutte le salite senza mai fermarmi e io ci provo. Alla fine, abbastanza esausta ci riesco. Inizia a piacermi l’idea di passare quelle 2, 3 ore a settimana insieme. Ma ancora non capisco come possa piacergli correre. Per me ogni passo è una sofferenza e poi fa caldo. Ma dopo si sta bene, quello sì.

L’estate finisce, arriva l’autunno e papà corre la maratona di New York. Lui smette di correre e così faccio io. Gli anni passano e sregolatamente io continuo, poi smetto, poi continuo. Quando 3 anni dopo, sta preparando Londra (aprile 2011) tante cose sono cambiate. Non c’è più mamma con cui litigare e trovare un motivo per uscire a correre, ma c’è tanta rabbia dentro di me e così ricomincio a correre con lui. Faccio i miei primi dieci chilometri. I primi dodici. Inizio a capire cosa intende con correre per piacere. Ma di nuovo, corsa la maratona papà smette ed io con lui. Eppure non del tutto, con calma, con tanta irregolarità, continuo a correre.

Negli anni del liceo, la per niente sportiva Camilla inizia a fare sport con più regolarità. Prima sci alpino, le gare CSI, poi qualche FISI. È bello, ma ho iniziato tardi. Invece con la corsa, non c’è un’età giusta per correre, no? Quindi continuo, sempre sregolare a correre di tanto in tanto. Nell’estate 2012 faccio la mia prima garetta di corsa, una 5K a Bergamo, la Strawoman. Poi, passano ben 3 anni prima che mi rimetta a un’altra linea di partenza. Ma ci sono tanti chilometri di mezzo, alcuni da sola, alcuni con papà, alcuni con Isabella, altri con Jessica e altri ancora con Maria ed Elisa.

Oggi, a mente fredda, dopo aver corso 3km in tranquillità, senza sentirmi affaticata o stanca, nonostante la mezza maratona a caso di ieri, mi rendo conto che davvero si può correre per piacere. Che davvero si può fare un lungo e continuare a correre. Ma soprattutto mi rendo conto dell’enorme regalo che mi fece papà quando per la prima volta mi portò a correre: si è assicurato che non fumassi, che non bevessi con regolarità,  che avessi uno stile di vita mediamente sano, che avessi una valvola di sfogo incredibile, che riuscissi a tenere sotto controllo lo stress nonostante tutto. Oggi, vi potrei dire che corro per mille ragioni: andare più veloce, un record, un obiettivo, che sono anche ragioni vere, ma la verità è che corro perché mi piace correre. E tutto ciò non sarebbe mai successo se non avessi avuto qualcuno che  mi abbia detto: vieni a correre con me.

Quindi sì, grazie papi, per aver condiviso questa passione con me. Grazie per avermi detto, continua, scommetto che riesci a correre per più di mezz’ora, riesci a correre fino a casa (ma non riuscirai mai a battermi nello scatto finale). Grazie perché anche oggi, a distanza di 8 anni e diversi chilometri, nonostante abbia iniziato a prendere la corsa seriamente e sia seguita, nonostante mille variabili, ogni volta che faccio una corsa, bella o brutta che sia, hai sempre qualche parola giusta da darmi, di incoraggiamento, di sfida a volte (hai detto Personal Best? Il mio è più basso di 2 minuti – Cit.), di orgoglio.

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Dad running NYC marathon 2008 with Jessica e Isabella
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Dad running London Marathon 2011 with Isabella

 

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Collecting Dad’s bib at NYC marathon 2008

July 2008. It’s hot outside. It’s a beautiful summer day and the mountains are calling everyone around. Not me, I don’t like walking nor hiking, nor even doing sport. The old (actually the young) Camilla was way different from today’s Camilla. Still very messy, with little coordination, but every sport is something to avoid.

Mum underlines that, she tells me she wants me to go to volleyball, but I hate volleyball. Dad intervenes, I hope he saves be, but I asks me to go running. I did an endurance yesterday, he said. Today I have to shake off, just a few kms, very easy… you coming? And I accepted, just like that, with no idea what it means “a few” km and “easy”. But with the idea I’m younger, so I can beat him, right?

We get ready. I’m wearing a pair of leggings I still have (and I still wear) and a tee, first time runner look on point.. And a pair of Nikes, not at all technical: those with pink inserts, the one they say you can use in the city, but who does?

Anyway, we head out and the heat is truly unbearable. Dad sets an “”easy”” pace and I laugh at first, cause it’s gonna be easy to run like this, right? I’m wrong. Dad brings me onto a trail (Dernez, direction to Rusio). I keep up, tired and a bit breathless, but I keep putting one foot in front of the other. Finally, the downhill comes and it’s my first trail running downhill and I’m so excited, cause downhill means no effort right?

Not really because I cannot do trail running, and I’m not at all stable. Dad tells me to walk and he slows down.

But how long do you run usually? I find myself asking. The simple fact he runs more than that, which was more or less 3K, makes him a superhero to my eyes.

It depends, he answers. Yesterday I did 30.

What? 30? So all this effort x10? Wow, what a beautiful hobby (cynical) you have dad. We run one more km, we reach out Rusio, I stopped to drink at the fountain and then we return home. But then I remember. That damn downhill, that was going to be a hill.

Run till you can, walk if you have to, but don’t give up, editing a little that famous quote from Dean Karnazes Run if you can, walk if you must, crawl if you have to, but never give upI try. The same stubbornness and the will to put myself into question, but also the ambition to beat him. Nothing, the hill has the best on me.

We reach the top and there’s a picnic table, I have always wondered what for, on the top of a hill. We sat down and dad stops the Garmin: You did your first 5k, he smiles.

Seriously? I exclaim. Is it a lot? Or a few? Were we fast? How many k is it a marathon? But does he really run for pleasure? There are a lot of question blowing my mind, but it’s not the right time to find an answer.

Now, I know you are tired, but you are also relaxed, right? he said something like that (I’m getting old and memory starts to lack). From that moment on, that stubborn 11-years old girl and the future marathoner head out running a few times. To Rusio, to Castello Orsetto, to Predusolo and wherever the mountain was calling us to go. I remember once I did 5 hill km in 40 minutes and I felt like I was the fastest on the planet. I remember every run was an accomplishment, every time I could run for more than 20 minutes, because then, Camilla, everything becomes easier.

The days pass and I’m still running. Dad challenges me to run from Predusolo back home, with all the hills and I try and I make it. But still I don’t understand how he can like running. To me, it’s a suffering and it’s hot. But then you feel good.

Summer ends, autumns comes and dad runs NYC marathon. He stops running and so do I. Years pass and irregularly I keep running. 3 years later he’s going for London marathon 2011 and a lot has changed. Mum is no longer here to argue with and to find a reason to run, but Camilla is angry and so begins to run again. I run my first 10K, then 12. I start to understand what it means to run for pleasure. Again, he runs London and stops and so do I. But not completely… slowly, irregularly, I keep on running.

During high school, Camilla becomes a little more sporty. Before, alpine skiing and some races, but she starts late, while you don’t have the right time to start running, right? So, I keep going, always irregularly. Summer 2012, my first race, but then 3 more years before heading to another starting line, with a lot of kms in between, some alone, some with dad, some with Isabella, some with Jessica and others with Maria and Elisa.

Today, after having run 3 k easily, without feeling breathless or tired, nevertheless yesterday’s half marathon, I understand you really can run for pleasure. That you really can run an endurance and then keep running. But mostly I understand the incredible gift dad made me when he brought me running in the first place: he made sure I didn’t smoke, I didn’t drink regularly, I leaded an averagely healthy lifestyle and I could shake off my nerves, keep my stress levels under control after all. Today I could say I run for thousand reasons: to be faster, for a record, for a goal, which is true, but the truth is I run because I love running. And nothing of this would have happened if someone hadn’t told me: come running with me.

So yes, thanks daddy, for having shared this passion with me. Thanks for having told me keep going, I bet you can run for more than half a hour, till home (but you cannot beat me on the sprint). Thanks because even today, 8 years and a few km after, even though I have a trainer and a lot has changed, every time I go for a run, good or bad as it was, you always have a good word for me, you encourage me, you challenge me (oh, so your PB on the half marathon is this? Mine is 2 minutes lower) but you always tell me you’re proud.

Have A Safe Journey!
Camilla

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