Sometimes, I Do Write

Some of you have already known that, some have also read part of my something. The truth is I love writing. I could write 24 hours a day every damn day.
There was anyway a period, in which I was afraid to show what I was writing, and nobody could read it. After the experience with the website THe iNCIPIT, where you can publish your own story and readers can choose at the end of every chapter what will happen in the next one, I learned to be more positive about that. (To read that story, available only in Italian click here).
I wouldn’t be where I am without all the advices I recived from friends, journalists and authors. Publishing the prologue is my way to thank all the people who helped me and have made grow my writing style. And at last, I want to thanks again the Pasini-Stasko family who hosted me in Canada the past summer: without you, I wouldn’t know all those particular Canadian things and habits… Thank you, I will be grateful to you all my life long. I really hope you like it! (The English version will be upload later tonight).

Alcuni di voi già lo sanno, altri hanno anche letto parti del mio qualcosa. La verità è che adoro scrivere. Potrei farlo 24 ore al giorno ogni maledetto giorno.
C’è comunque stato un periodo in cui ero spaventata all’idea di far leggere ciò che stavo scrivendo e, di conseguenza, nessuno poteva leggere i miei scritti.
Dopo l’esperienza con il sito web THe iNCIPIT, dove è possibile pubblicare la propria storia e i lettori possono scegliere alla fine di ogni capitolo cosa accadrà nel successivo, ho imparato ad essere più positiva al riguardo. (Per leggere la storia, clicca qui).
Non sarei arrivata nemmeno qui senza i consigli che ho ricevuto dagli amici, da giornalisti e da scrittori. Pubblicare il prologo è il mio piccolo modo di ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato e che hanno contribuito a far crescere il mio stile nella scrittura. E per ultimo, vorrei ringraziare la famiglia Pasini-Stasko che mi ha ospitato in Canada l’estate scorsa, permettendomi di scoprire tutti quegli usi e costumi canadesi senza… Grazie di cuore, vi sarò grata per tutta la vita. Spero veramente che vi piaccia!

PROLOGUE

Evelyn

12th June 2011, Ushuaia (Land Of Fire, Patagonia)

Clouds came to the horizon only a few minutes before and it had already started to rain. It seemed that every drop made everything even greyer, as if paint was raining, instead of water.
I took of my ski boots as fast as I could, trying not to get wet, and I got on the bus exhausted.
If you saw the Land Of Fire from the drops on the bus window, you would not recognize it: no sunsets which leave you breathless, the color of the ocean was disappeared and no more fuego: only grey and tears.
«Come to the front, lady». Mark strict tone brought me back to reality. «We have to talk». His expression made me understand too much of how the dialogue would go. He was wrathful. Damn wrathful. And hiding it was not his purpose.

For year, the first training camp after spring break was the hardest, even more if there was Mark as a coach, but that year it was particularly hard: in every sport mind does the 80% of work and I left mine somewhere.
The National Committee announced a week before our departure important news about the Canadian National Alpine Ski Team. Although for years it had been composed by amazing athletes, they had an expiration date too: two thirds of the team was somehow injured and the other third suffered of minor pain, due to getting older as well as years of hard training.
For this reason the Committee, in need of changing the whole team in time to compete at the next World Championships in Schladming, instead of following the standard procedure, in other words taking the athletes with the lowest FIS points, decided to arrange private Selections. The convocations to them had already started to be sent, but I hadn’t received anything and this, even if I tried to deny it, had been destroying me.
«Evelyn, are you listening to me?», Mark tried to get my attention.
We should have gone to the beach, laughed and joked, waited there until 5 p.m., the time we had to go to the airport, it couldn’t end like that.
«In these ten days I hadn’t seen neither for a moment my Evelyn. It’s not your habit behaving like this, being depressed, giving up, having bad results». The voices in the back of the bus were even lower, making everything even more embarrassing. «I want you to tell me, what the hell has happened».
«It’s nothing», I lied.
«If it was nothing, I would not have seen an amoeba on that slope, but my Evelyn. The one whose legs are always in ready for a slalom, the one that never asks for a 5 minutes break, the one who is never breathless!». I hid my face in my hair, trying to hide tears and embarrassment. He knew exactly were to hit, like a knife in the middle of the target. «Are you telling me all the prep we did was useless?».
«It’s not that…», I whispered.
«So what? Evelyn, I am your coach, you have to tell me what’s wrong».
«They started to summon athletes for the Selections, okay?». I spoke my mind in only one second, before having time to think of another excuse. «Leanne has already received it and her surname is White, she is one of the last ones…».
«And Dionfyld comes before White», he finished the sentence for me, as he saw easily my point. «What did you expect, Éve? You are only 15 and there are countless amazing athletes out there».
«Age doesn’t matter! Someone entered the national team even before!».
«In other countries and in other times… Times when the oldest athlete was around twenty, like in gymnastics».
His words didn’t bring me any comfort. It was true, athletes lasted longer in skiing, somebody had even reach 38, but I didn’t want to hear him. I knew I could strive for a convocation , I needed a new challenge, new demonstration I was good enough.
«So what am I gonna do now?», I asked hesitant.
«You will learn you can’t waste two weeks of training for a convocation that you didn’t have to receive». He took a paper from his jacket and gave it to me. «But to your coach».

Highlighted in yellow, at the bottom of the page, I saw the my name, Evelyn Dionfyld, next to the written summoned.

PROLOGO

Evelyn

12 Giugno 2011, Ushuaia (Terra del Fuoco, Patagonia)

Le nuvole erano comparse all’orizzonte solo pochi minuti prima e aveva già iniziato a piovere. Sembrava che ogni goccia rendesse tutto ancor più grigio, come se, anziché acqua, piovesse vernice.
Tolsi gli scarponi da sci in fretta e furia, cercando in qualche modo di non bagnarmi, e salii sul pulmino, priva di energie.
Intravista dalle gocce che rigavano il finestrino, la “Tierra del Fuego” sembrava irriconoscibile: niente tramonti mozzafiato, niente oceano di un blu così intenso, a cui nemmeno dopo anni ci si abitua, niente più fuego: solo grigio e lacrime.
«Davanti, signorina». La voce severa di Mark mi riportò bruscamente alla realtà. «Io e te dobbiamo fare due chiacchiere». La sua espressione lasciò intendere fin troppo dei toni che avrebbe avuto la conversazione. Era infuriato. Era maledettamente infuriato. E non era intenzionato a nasconderlo.

Da sempre, il primo ritiro dopo la pausa di aprile era il più duro, soprattutto se c’era Mark come allenatore, ma quello lo era stato in particolare: in ogni sport, la testa fa l’80% del lavoro ed io, la mia, l’avevo lasciata chissà dove.
Il Comitato Nazionale aveva annunciato, circa una settimana prima della nostra partenza, importanti cambiamenti per quanto riguardava la formazione della squadra nazionale femminile di sci alpino. Per quanto negli anni essa fosse sempre stata formata da atlete di livello altissimo, anche loro avevano una data di scadenza: due terzi della squadra mostravano i segni di infortuni e l’ultimo terzo soffriva di dolori più o meno gravi, causati dall’avanzare dell’età, oltre che da anni di allenamenti pesanti. Per questo motivo, il Comitato, trovandosi a dover cambiare l’intera squadra in tempo per i mondiali di Schladming, anziché seguire la procedura standard e prendere le atlete con i punti FIS più bassi, aveva optato per delle selezioni a porte chiuse. Le convocazioni ad esse avevano già iniziato a circolare, ma a me non era arrivato nulla e ciò, per quanto cercassi di negarlo, mi aveva distrutto.

«Evelyn, che diamine, mi stai ascoltando?», mi riportò all’attenzione Mark.
Saremmo dovuti andare in spiaggia, aspettare lì l’ora di andare in aeroporto, ridere e scherzare, non poteva finire così. «In questi dieci giorni non ho visto nemmeno per un secondo la Evelyn che conosco. Non è da te comportarti così, deprimerti, mollare, avere prestazioni nemmeno sufficienti». Le voci nel retro del pulmino si erano affievolite fin quasi a sparire, rendendo il tutto ancor più imbarazzante.
«Mi spieghi che è successo?».
«Nulla», mentii, stringendomi nelle spalle.
«Se non fosse successo nulla, su quella pista non avrei visto un’ameba, ma la mia Evelyn. La Evelyn le cui gambe tengono, la Evelyn che non chiede mai cinque maledetti minuti di pausa, la Evelyn a cui il fiato non manca nemmeno un istante!». Nascosi il viso tra i capelli, nascondendo lacrime e imbarazzo. Sapeva esattamente dove colpire, come un coltello dritto al centro del bersaglio. «Vuoi dirmi che tutta la preparazione atletica non è servita a nulla?».
«Non si tratta di questo…», mormorai.
«E allora di cosa si tratta? Evelyn, sono il tuo allenatore, devi dirmi cosa ti preoccupa».
«Hanno iniziato a mandare le convocazioni, okay?». Lo dissi tutto d’un fiato, prima che la ragione mi facesse inventare un’altra scusa. «A Leanne è arrivata e lei è White di cognome, è tra le ultime…».
«E Dionfyld viene prima di White», terminò la frase Mark, intuendo facilmente dove volessi andare a parare. «Che ti aspettavi, Éve? Hai quindici anni e ci sono moltissime atlete di livello».
«L’età non significa niente: c’è chi è entrata in Nazionale a quattordici!».
«Erano altri tempi… Tempi in cui l’atleta più vecchia aveva forse vent’anni, come nella ginnastica artistica».
Le sue parole non erano state di alcun sollievo. Era vero, gli atleti nello sci duravano più a lungo, c’era addirittura chi era arrivato a trentotto anni, ma io non volevo sentire ragioni. Sentivo di poter aspirare a una convocazione, avevo bisogno di una nuova sfida, di nuove conferme.
«E quindi che farò?», domandai titubante.
«Imparerai che non bisogna mai, e dico mai, sprecare quasi due settimane di allenamento per una convocazione che non doveva arrivare a te». Prese un foglio dalla tasca e me lo porse. «Ma al tuo allenatore».

Evidenziato in giallo, a fondo pagina, compariva il nome Evelyn Dionfyld, con accanto la scritta convocata.

Marie-Michele Gagnon

Have A Safe Journey! ♥

Love,
Camilla

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